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"Ai confini di Reinkar" di Alessia Francone (4.5 su 5)

Conclusione splendida.

Quarto e ultimo libro dedicato al ciclo di Reinkar.

Con il quarto libro termina la serie di racconti fantasy classico dedicati al ciclo di Reinkar, dodici per la precisione, tre racconti per ogni libro.

Ho seguito l’autrice fin dal primo libro, pubblicato nel 2016, e bisogna precisare che si tratta di una produzione molto particolare, oserei dire estremamente originale.

Perché?

Negli ultimi anni è sempre più forte la tendenza al tentativo dell’originalità, dello stile grimdark, di una complessità ostentata in voli pindarici di soluzioni stilistiche esotiche, di ambientazioni e descrizioni oniriche.

Tutte cose che adoro, lo ammentto, ma cosa c’entrano con il ciclo di Reinkar?

Nulla.

Il coraggio e lo stile della Francone frena alle nuove tendenze, al costante tentativo di un rapporto new age – o new weird – con il lettore, non si lega alle nuove consuetudini, generi, mode. Frena al fantasy alternativo, ma anche a quello epico, alle fusioni cyber o dark o romance. Resta invece legato ad un racconto fantastico, semplice, quasi fiabesco, che sembra attingere alla linearità del mondo dello sword & sorcery, ma senza brutalità o l’identità della muscolarità che vince sulla magia.

Protagonisti che basano la prorpria esistenza sul valore della cavalleria, della nobiltà, dell’Amor Cortese, e viene meno la ricerca di una nuova società – davvero libera – che tenta di superare l’ideologia medievale: perché esistono re e regine giusti che tendono la mano al popolo, pur sempre inferiore e sottomesso, ma che acconsentono ad una libertà percepita, seppure effimera. E acclama ai valori dello studio (ma solo per chi è nobile, per chi può permetterselo), della lettura, della pacifica coesistenza, dell’amicizia e l’amore incondizionati, dove il bene è destinato a vincere e perdurare.

Un mondo utopico, un tentativo che supera la ricerca delle nuove tendenze, e che non solo rispolvera il passato, ma lo accentua. Un legame tanto forte che può spiazzare, che rischia di far gridare alla “troppa semplicità”, al sapore della fiaba, alla delusione di un lettore che, troppo smaliziato, ha letto di tutto e si aspetta sempre di più, più in alto, fino a perdere il confine della coerenza e della propria capacità di immaginare e giudicare.

Lo leggo in qualche recensione: non posso giudicare appieno perché troppo complesso. E allora diventa delusione oppure un’opera che sfiora il geniale, ma solo perché non compresa. Non è così. È invece un’opera mediocre, che non è riuscita a trasmettere la propria idea, la vera identità dietro azioni e dialoghi volutamente – e spesso ridicolmente – poco comprensibili.

E invece il ciclo di Reinkar?

Germoglia dalle radici della fiaba, diventa fantasy di quello che stiamo perdendo – per carità non voglio e non devo negare la sana evoluzione dei generi – e lo trasforma in parole e azioni evocative, ma dai toni pacati. Un sempiterno uso del “Voi”, nobiltà di intenti e di protocollo, devozione alla giustizia e al sacrificio contrapposto però a nemici dall’animo meschino, da modi poco eleganti, dal gusto primordiale di essere “cattivi”.

Potrebbe (a torto) risultare forse ridicolo all’inizio, pretenzioso, a tratti anche forzato; ma l’intento non è racchiuso nella sola avventura “buono contro cattivo” perché è già chiaro come andrà a finire, lo è invece nel modo e nel “perché” il buono è destinato alla vittoria. E non è lo stesso schema che ascoltavamo da bambini? E non è lo schema dal quale tentiamo di rifuggire ma che segretamente – ancora – desideriamo proprio per la sua semplicità?

E la Francone non ha paura di sbattercelo in faccia, di dirci “Guarda è uno schema ancora valido, e lo sarà ancora a lungo!” E non è forse questa originalità? Lo è perché affronta il genere nel più difficile dei modi, quello diretto, quello più attaccabile, quello che a prima vista può sembrare infantile. E invece no, è terribilmente difficile, perché in apparenza troppo comprensibile, perché lo conosciamo troppo bene e lo potremmo considerare – nella nostra decennale esperienza letteraria, plasmata da fiction mediocri quanto votate alla modernità – estremamente banale.

I racconti di questo libro.

Il primo è un viaggio oscuro, la rappresentazione della vastità del male racchiusa in un luogo limitato come può essere l’animo umano. E tra mistero, spiriti dannati, indovinelli e trabocchetti, cosa può prevalere sul male se non il senso di lealtà che allontana la cupidigia? Il più breve, ma forse quello che ho preferito maggiormente dei tre racconti.

Il secondo è un’avventura con molta meno magia e più azione. Anche qui troviamo il tema della cupidigia contrapposta ai valori dell’amicizia; una frenetica corsa all’oro e un animale leggendario, dove i soliti protagonisti sono lontani sì, ma è una parentesi che ho davvero molto apprezzato.

Il terzo è un epilogo dove l’autrice ha osato molto, ha superato sé stessa nella qualità della trama e colpi di scena – sì perché la Francone non ha fatto che migliorare dal primo libro ad oggi – e dove viene dato spazio al tema dell’amor perduto condito con tanta azione, un pizzico di violenza in più del solito (le è concesso nell’ultimo racconto dell’ultimo libro) e la giusta dose di magia. E ho trovato uno dei miei elementi preferiti: pirati! La classicità e la crudezza legate in un racconto che parte un po’ troppo lento ma che recupera in modo magistrale, dando spazio non solo (come già detto) all’azione, ma anche ai dissidi interiori e alle debolezze del protagonista.

Concludo la mia analisi facendo i complimenti all’autrice, e non solo per quest’ultima opera, ma anche per le precedenti e per il coraggio e la coerenza mostrati nella sua produzione. Leggerò ancora i suoi futuri lavori con molta curiosità.

_EOT

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burtozwilson@etik.com

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Speculative fiction author about horror, thriller, fantasy and sci-fi
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Published with Smol Pub